Non ho mai amato le feste comandate. Già la sola parola “comandato” mi procura una certa insofferenza. Del resto è abbastanza ovvio che non si possa essere felici “a comando” e in giorni prestabiliti. Probabilmente è proprio questa imposizione che in me ha sempre sortito l’effetto contrario. Come se il mio inconscio, in quei giorni, generasse una sorta di ansia da felicità foriera di un malessere incompatibile con qualsiasi forma di socialità. Tant’è che da quando sono nato non ho mai trascorso una sola festa “solenne”, festeggiandola nei canonici modi. Ai bagordi imposti dalla tradizione, ho sempre preferito una naturale, malinconica dormita.
In compenso, in netta contrapposizione al magone della sera prima, ricordo grandiose sciate quasi in solitaria. A dire il vero ai veglioni ci andavo e ne passavo anche più di uno in una sola serata, ma solo per “passare” i dischi per la gente che “osservava” quella liturgia a me ostile.
A differenza dei miei trascorsi da deejay, con gli anni la mia idiosincrasia verso le feste comandate non è cambiata per niente: alle sciate si sono aggiunte le surfate e i veglioni sono diventati veglie a fare compagnia ai miei cani impauriti dai botti.
Paolo (Windspirit) De Angelis








































